L’incenerimento è una falsa soluzione del problema rifiuti: poiché, ciò che non viene trasformato in cenere lo si ritrova sottoforma di polveri, gas, fanghi. Le ceneri, così come i filtri degli impianti, andranno comunque smaltiti in discarica ed, in alcuni casi, come rifiuti speciali, visto l’elevato grado di tossicità.L’incenerimento dei rifiuti comporta una serie d’impatti ambientali e sanitariche nessuna tecnologia può risolvere. Tra le sostanze emesse troviamo: metalli pesanti in traccia, come piombo, cadmio, mercurio; ossidi di zolfo e di azoto; idrocarburi policiclici aromatici (IPA); inquinanti organici persistenti (POP) come diossine, furani e PCB, e altre centinaia di composti organici che non si riesce a monitorare; polveri (PM10, ma anche le più nocive PM2,5 e PM0,1).
A causa del contenuto di plastiche nei rifiuti e nel CDR e per la bassa efficienza degli Inceneritori, le emissioni specifiche di CO2 dell’incenerimento sono più elevate persino di quelle delle centrali a carbone.
Qualunque tipo di impianto di incenerimento richiede un costante e ingenteafflusso di rifiuti: va quindi nella direzione opposta all’auspicata riduzionedella loro produzione.Incenerire non conviene nemmeno dal punto di vista economico. La realizzazione di un inceneritore richiede tempi lunghi (almeno 4-5 anni) e alti investimenti iniziali. Bruciare i materiali che potrebbero essere avviati a riuso, riciclaggio o compostaggio rappresenta poi uno spreco di risorse e di energia:l’incenerimento recupera solo il 18-20% del potenziale calorifico dei rifiuti, senza contare l’energia necessaria per produrre le balle di CDR (combustibile derivato da rifiuto), smaltire le ceneri, filtrare le polveri, depurare le acque, ecc.
Nel nostro Paese è stato coniato il termine “termovalorizzatore” allo scopo di attenuare quello che nell’immaginario pubblico può evocare il termine inceneritore.
Di fatto i cosiddetti termovalorizzatori – termine usato per indicare l’incenerimento di rifiuti con recupero di energia (waste to energy) – non valorizzano molto e non starebbero sul mercato in assenza d’incentivi finanziari.
Purtroppo in Italia questi impianti hanno potuto godere di lauti sussidi statali, attraverso il sistema dei CIP6 e dei certificati verdi; recependo in maniera errata la direttiva europea 2001/77/CE, il D.Lgs.387/2003 ovvero includendo come energia prodotta da fonti rinnovabili anche quella proveniente dalla combustione dei rifiuti inorganici (come quelli inplastica e il CDR, per esempio).
Dopo pochi mesi, la Legge Finanziaria (art.1, comma 1117 e 1118) ha riconosciuto l’errore e abrogato l’assimilazione, lasciando tuttavia inalterati i contributi concessi agli impianti in funzione e la possibilità di concederne altri, in deroga, ad impianti realizzati ed operativi ed ai nuovi impianti già autorizzati, ma di cui sia stata avviata concretamente la realizzazione anteriormente all’entrata in vigore della Legge Finanziaria. Nonostante questo primo passo in avanti, è tuttavia necessario un maggiore impegno sul fronte legislativo, al fine di abolire ogni incentivo alla combustione dei rifiuti, unico strumento che possa fermare questa corsa all’incenerimento dei rifiuti.

[...] inceneritori o -come li chiamiamo impropriamente in Italia- “termovalorizzatori”. In questo articolo si legge come essi si siano potuti sviluppare tanto, in Italia, nonostante siano poco utili perchè [...]
Da: Energia Messinese » Termovalorizzatori per morire su Novembre 28, 2007
alle 12:13 pm